La nostra mente: il vero campo di battaglia.

2 Marzo 2026

Pare che gli USA abbiamo sperimentato nell’attacco al Venezuela la cosiddetta guerra cognitiva, utilizzando dispositivi elettronici, sonori ed elettromagnetici, capaci di produrre effetti biologici devastanti e irreversibili sul sistema nervoso, cerebrale e fisiologico delle persone.

Una svolta epocale, come le bombe su Hiroshima e Nagasaki. Non più armi di distruzione fisica di massa, bensì armi di alienazione cerebrale di massa: ovvero un lavoretto più pulito, meno morti, più zombie.

Questa nuova frontiera pare essere ciò che spinge i guerrafondai occidentali ad accelerare i tempi d’uno scontro mondiale, nella convinzione d’avere al momento un buon vantaggio competitivo nel settore, rispetto ai nemici dichiarati.

Per capire di cosa stiamo parlando, consiglio la lettura di “Cognitive Warfare. La competizione nella dimensione cognitiva” pubblicato dal nostro Stato Maggiore della Difesa nel 2023, da cui estrapoliamo alcuni passaggi (chi fosse interessato lo trova qui).

«Il Cognitive Warfare può esser definito come un’operazione Multidominio (o parte di essa) che impiega mezzi, azioni e strumenti attraverso le connessioni esistenti tra i domini (terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cyber), l’ambiente informativo e lo spettro elettromagnetico per generare effetti nella dimensione cognitiva e influenzare il comportamento umano per ottenere un vantaggio sull’avversario. […] In considerazione delle vulnerabilità insite nella mente umana, alcuni attori hanno sviluppato strategie sempre più sofisticate ed efficaci per generare effetti nella dimensione cognitiva e manipolare le scelte di una determinata target audience, sia attraverso il ricorso a strumenti atti a influenzare le percezioni e i comportamenti degli individui, sia attraverso il ricorso a nuove soluzioni tecnologiche per migliorare o degradare funzioni e/o capacità del nostro cervello. […]

L’azione diretta o indiretta di questi nuovi strumenti può essere suddivisa in tre differenti macro-aree:

  • influenza: l’insieme degli strumenti e delle metodologie impiegabili per influenzare e manipolare, direttamente o indirettamente, il pensiero umano. […] Essi operano prevalentemente, ma non esclusivamente, attraverso la dimensione digitale e le reti sociali dell’ambiente informativo tramite l’utilizzo di tecnologie interattive di persuasione che consentono di sviluppare strategie a breve- medio termine di disinformazione […];
  • interferenza: l’insieme degli strumenti e delle tecnologie che, attraverso la profonda conoscenza del funzionamento del cervello, operano sulle sue dinamiche fisiologiche e biochimiche per interferire con il processo cognitivo. Tali strumenti operano direttamente sul cervello umano e possono essere impiegati per migliorare (enhancement) o degradare (mediante le cosiddette neuroweapons) specifiche funzioni e/o capacità del cervello. In tale insieme possono essere ricompresi anche principi attivi presenti in farmaci, sostanze stupefacenti, alimenti, impulsi elettrici e onde elettromagnetiche che interagiscono sui processi cognitivi;
  • alterazione: l’insieme degli strumenti e delle tecnologie che, attraverso l’utilizzo di interfacce più o meno invasive, permettono l’interazione tra il cervello umano e le macchine e che possono essere impiegati per incrementare, anche significativamente e attraverso un contributo esterno, le capacità della mente umana (augmentation), ma le cui vulnerabilità potrebbero anche essere impiegate in chiave offensiva per degradare le capacità dell’avversario.»

Queste poche righe rivelano uno scenario terrificante: la vera posta in gioco è il definitivo controllo della nostra mente, già ampiamente colonizzata ed indirizzata. Se ancora avevamo dei dubbi, ora sappiamo perfettamente quale mondo sta progettando l’esigua élite che lo domina: un manipolo di superuomini, uno stuolo di vassalli e cantori, un corposo ed efficiente esercito di macchine e uomini a capacità aumentata ed una sterminata pletora di esseri in totale servitù, insignificanti ed ininfluenti. 

È lo stesso documento a spiegarci come tali strumenti abbiano tratto linfa vitale, non solo dalle neuroscienze, ma soprattutto dagli sviluppi del social media marketing, del gaming, del metaverso, degli spazi immersivi, delle app a pronta soluzione e da tutto ciò che consente la profilazione degli utenti, paganti e ignari oggetti di studio.

In questo senso siamo tutti complici, se non altro per aver consentito con leggerezza che questi bug entrassero nella nostra vita mentale quotidiana.  Così ora, non solo ne siamo totalmente dipendenti, ma è diventato normale desiderare l’uomo forte, effetto reale del rapporto leader-followers virtuale, ambire all’ingresso in un branco o in un clan, effetto ingroup-outgroup, e soffrire d’inconsapevole disimpegno morale selettivo, che disumanizza le vittime, disloca le colpe e allontana da noi le responsabilità, frutto inconscio del war gaming e di decenni di narrazione autoassolutoria e di pensiero binario.

E diventiamo colpevoli per aver assistito ignavi alla scomparsa a scuola e sui media di tutto ciò che favoriva una cultura critica e profonda (a cominciare dallo studio della storia, della filosofia e della geografia umana e linguistica), allo smantellamento, pezzo dopo pezzo, della casa comune, accogliente e inclusiva, costruita dai padri costituenti dell’Europa post bellica, ed al depotenziamento degli organismi internazionali di garanzia, da parte d’un’élite onnipotente e impunita.

Che fare allora? Il primo passo è averne coscienza, il secondo è iniziare a resistere, subito e per davvero.

I modi possono essere tantissimi, a livelli diversi, ma tutti inevitabilmente collegati tra loro.

Si dovrebbe partire innanzitutto con un blocco internazionale dello sviluppo del Cognitive Warfare a favore del Cognitive Welfare, ovvero di tutte quelle politiche volte a preservare, migliorare e sostenere la salute mentale, le capacità cognitive e il benessere psicofisico non solo dei più fragili, ma di tutti noi, perché dobbiamo avere la forza e l’onestà intellettuale di ammettere la nostra dipendenza dagli strumenti invasivi di cui sopra, per provare ad autolimitarci, a resistere e a difenderci, nel limite del possibile.

A titolo puramente esemplificativo, ne citiamo altri: – parlarne intanto, per diffondere consapevolezza; – difendere strenuamente ciò che resta della Costituzione e degli Organismi internazionali, a cominciare da ONU, FAO e OMS, provare a rafforzarli e a sollecitarli a normare quanto prima gli strumenti di cognitive warfare (qualche tentativo in questo senso si sta già facendo); – contrastare il pensiero binario e la cultura della violenza come strumento di risoluzione dei conflitti, senza arrendersi passivamente al far west dominante e alla legge del più forte; – adoperarci per contrastare le disuguaglianze sociali e batterci in difesa del welfare residuo; – trattare la dipendenza da social, gaming ed ambienti virtuali alla stessa stregua di quella da stupefacenti e psicofarmaci; – educare all’autonomia del fare e del pensare, attraverso l’immenso patrimonio della cultura materiale e la riscoperta del saper fare con le proprie mani; … e tanti altri modi ancora.

Dobbiamo anche smetterla di trincerarci dietro la comoda frase “il problema non è lo strumento, è l’uso che se ne fa, perché gli strumenti di cui parliamo in questo articolo non nascono all’interno d’un contesto scientifico puro e vocato allo sviluppo umano, nascono e si sviluppano all’interno di una logica dapprima di marketing commerciale, poi di marketing politico, quindi di controllo sociale e culturale e infine di supremazia strategica, di annientamento dell’avversario e di puro abbietto dominio.

Non si tratta di una delle tante guerre che si stanno in questo momento consumando più o meno distanti da noi, questa è proprio dentro di noi: la battaglia sta avvenendo nella nostra sala comandi, non è più possibile ignorarla. 

Oggi più che mai, risulta profetica ed attuale una famosa frase attribuita ad Albert Einstein, pronunciata non appena l’Enola Gay sganciò la sua bomba e ne furono evidenti gli effetti: «Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale  [ottant’anni dopo ci pare ahimè di saperlo], ma so che la quarta si farà con pietre e bastoni».  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mauro D'Aveni

Nato a Torino e da sempre con la passione per la scrittura...

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